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L’inquinamento da microplastiche è un tema che sta facendo molto discutere negli ultimi anni e sul quale il trasporto su gomma ha un impatto rilevante.

Le microplastiche sono particelle di plastica di dimensione inferiore a 5 millimetri, mentre si parla di nanoplastiche quando la dimensione scende al di sotto del micron. Questi piccolissimi frammenti derivano dalla degradazione di oggetti di plastica più grandi, come per esempio sacchetti, bottiglie e imballaggi, dal lavaggio di capi d’abbigliamento composti da fibre sintetiche, dai prodotti cosmetici ecc.

Tuttavia, studi hanno appurato che l’abrasione degli pneumatici rappresenta la fonte primaria di inquinamento da microplastiche, sia nel suolo che nei mari. Un rapporto dell’International Union for Conservation of Nature ha stimato che le gomme delle auto rappresentano oltre il 28% di tutte le microplastiche degli oceani del mondo. Secondo uno studio condotto nel 2020 dal Norwegian Institute for Air Research, uno pneumatico perde in media 4 chili di microplastiche nel corso della sua vita utile, 120 grammi ogni 1.000 chilometri percorsi secondo un test degli automobil club di Germania (Adac) e Austria (Öamtc) (si rileva un’usura inferiore per le gomme estive rispetto a quelle invernali e per le gomme più piccole rispetto a quelle più grandi).

Il problema delle microplastiche e delle nanoplastiche è che, una volta disperse nell’ambiente, il loro recupero è pressoché impossibile. Il vento e l’acqua della pioggia trasportano le particelle plastiche verso i fiumi e i mari, inquinandoli e contaminando, di conseguenza, l’acqua che beviamo e il cibo che mangiamo. Uno studio commissionato da WWF International, condotto dall’Università di Newcastle in Australia, ha concluso che ingeriamo in media 5 grammi di plastica alla settimana, l’equivalente in peso di una carta di credito.

La Commissione europea ha avviato una consultazione pubblica per raccogliere il contributo dei cittadini e dei portatori d’interesse in materia di riduzione della dispersione non intenzionale nell’ambiente di microplastiche da pneumatici, prodotti tessili e pellet di plastica. Questo a sostegno del Piano d’azione dell’UE Inquinamento Zero che, fra gli altri, pone l’obiettivo di ridurre le microplastiche rilasciate nell’ambiente del 30 % entro il 2030. Per i grandi produttori del settore degli pneumatici la sfida per il futuro diventa la ricerca di fonti rinnovabili e naturali per la produzione degli stessi. Una necessità pressante per ragioni ambientali ed economiche, poiché se la riduzione di materiali inquinanti alla fonte non fosse possibile o sufficiente, potrebbero essere applicati i principi della Responsabilità estesa del produttore (EPR, Extended producer responsibility).

I grandi produttori – Pirelli, Bridgestone, Continental, Goodyear – consapevoli della necessità di cambiamento, già da anni stanno investendo in attività di ricerca e sviluppo per la produzione di pneumatici sempre più performanti e dal basso impatto ambientale, sperimentando l’utilizzo di gomme naturali ricavate dalla pianta di guayule, dalla lolla di riso (parte esterna del chicco, non commestibile), dal tarassaco.